Curzio contro Curzio ne La pelle di Curzio Malaparte

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Immagina un altro te stesso, indipendente dal tuo corpo, libero nei movimenti e nel pensiero ma uguale a te in tutto e per tutto. Immaginalo che ordina un caffè nel tuo bar di fiducia, saluta gli amici e a fine giornata si stende su quel divano così comodo davanti a una puntata della tua serie preferita. E’ come te, insomma. Papale papale. Con una sola differenza: può dire quello che vuole.

Tutto quello che vuole.

L’altro te stesso non ha filtri. E’ offensivo, grottesco, putrido, incapace di mediazione. E’ liberatorio, catartico, definitivo. E’ uno stronzo, quel genere di stronzo che tutti noi ci pentiamo talvolta di non essere stati, bloccati forse dal pudore o dalla buona educazione o da qualche genere di stringente convenzione sociale.

Un clone irritante ma non cattivo, in fondo. Individualista, eccessivo ma libero di una libertà feconda di idee, di visioni del mondo che proprio perché una persona perbene non può dire anche se le pensa probabilmente sotto sotto hanno qualcosa di vero.

Non male eh? Detta così non mi dispiacerebbe affatto avercelo in giro un me stronzo, un Leggo-e-cattivo da mandare a zonzo a fare il lavoro sporco al posto mio.

La letteratura, fra le tante possibilità che offre, contempla anche questa con una strategia narrativa che viene oggi definita (con un termine orribile) autofiction . L’autore non decide soltanto di affidare la narrazione a una prima persona  e non decide soltanto di assegnare a quella prima persona narrante lo status di proprio alter ego. Non solo quello ma qualcosa in più. Il narratore in prima persona è anche  nominalmente coincidente con l’autore, si chiama come lui, in uno slittamento di piani di realtà e, ancora più importante per la sorte di noi lettori, incrinando il patto finzionale che ha stretto con noi.

Perché un autore dovrebbe correre un rischio del genere?

Potrebbe farlo, supponiamo, per la stessa ragione per cui l’arte visiva da un certo punto in poi ha iniziato a ipotizzare il superamento dei confini della tela o per la stessa ragione per cui i cantanti rock si buttano a peso morto sul proprio pubblico sperando di essere sostenuti: rompere il confine tra chi narra e chi subisce, tra arte e  vita. In estrema sintesi è questa rottura la pietra filosofale che gli scrittori cercano da secoli con alterne fortune.

Potrebbe farlo, come ha scritto Carlo Mazza Gallanti, per esplodere in un’euforia creativa non filtrata dalla parola, procedendo da un inconscio, il proprio, a un altro, quello dell’io narrante, senza blocchi.

Potrebbe farlo per molte altre ragioni che ora non posso o non voglio indagare.

Nessuna di queste, però, è la vera ragione per cui Curzio Malaparte fa questa scelta ne La Pelle, un romanzo datato, badate bene, 1949.

 

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